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tratte dal libro del Professor Luigi Malerba).
Questa
elegantissima e strana pianta appartiene alla numerosissima famiglia
delle Ciperacee, divise in altrettante sottofamiglie. La pianta del
papiro appartiene al genere delle Cyperus, che sono piante annue o perenni,
generalmente erbacee, per lo più acquatiche, ma con fusti solidi
con altezza variabile dai due ai quattro metri, con rizoma ingrossato,
strisciante, affondato nel terreno umido, e la parte inferiore del fusto
generalmente sommersa. Il fusto è eretto e di sezione triangolare,
ma alla base è circondato da numerose guaine fogliari simili
a quelle delle graminacee. In cima al fusto si ha la caratteristica
ombrella dell' infiorescenza formata da numerosissimi rami filiformi,
lunghi mezzo metro e avviluppati alla base da una guaina aderente, mentre
all' estremità dei rami si trova una spighetta di fiori.
Che
in Sicilia il papiro fosse una pianta autoctona, non è stato
ancora dimostrato. La somiglianza botanica della pianta con quella palestinese
non conferma la sua provenienza in Sicilia da quei luoghi.
Il
papiro, che divenne famoso per lo sviluppo e la diffusione della cultura
attraverso la manipolazione cartacea, ebbe per gli antichi, che ne possedevano
la pianta, diverse qualità mediche. Oltre ad essere l' alimento
degli Egiziani che lo mangiavano crudo, lesso e arrosto, lo utilizzavano
per letti, vele di barche, e aveva anche un uso medicamentoso. Ma cosa
ben più importante, servì per creare fogli per scrivervi
sopra. I primi usi da carta si ebbero per accompagnare il culto dei
morti, infatti, si diffuse l' uso di deporre nei sarcofagi un rotolo
di papiro, detto il " Libro dei Morti" , che raffigurava in
sequenza il passaggio dell' anima del defunto per l' aldilà.
Inoltre le piantagioni del papiro in Egitto erano disciplinate da leggi
speciali e affidate con particolari contratti ai cittadini che assumevano
gli appalti. Chi commetteva delle infrazioni cadeva in rigorosissime
sanzioni pubbliche davanti ai Magistrati e ai Sacerdoti.
Col
nome di " Biblos" nell' antico Egitto si chiamava non
solo il libro, ma anche la pianta del papiro non ancora sottoposta
alla lavorazione. Oggi il termine italiano " papiro"
indica la pianta dalla quale si ottiene la carta papiro e il documento
scritto sulla carta stessa.
Il
maggior sviluppo di questa carta-papiro avvenne nel periodo greco-romano
che diede alla letteratura la possibilità di far giungere sino
a noi i capolavori immortali di poeti, letterati, filosofi, legislatori.
Tra le opere letterarie pervenuteci sono da ricordare: le " Orazioni"
d' Iperide, le " Odi" di Bacchilide, i " Persiani"
di Timoteo, la " Costituzione d' Atene" d' Aristotile ed altre.
Altri
testi e documenti scritti su papiro di pregevole valore, oltre a quelli
egiziani orientali, sono i papiri di Ercolano, di Ravenna e d' Ossirinco.
L'
importazione a Roma della carta-papiro coincideva con le prime manifestazioni
letterarie e giungeva in rotoli detti <volumen> o <biblos>
di varia lunghezza, dai 20 ai 40 metri, alti da 35 a 40 centimetri,
dentro fusti di legno. La vendita della carta avveniva presso rivenditori
specializzati chiamati " chartaii" che la rivendevano
a prezzo diverso in conformità a qualità ed uso.
Com'
era ottenuta la carta-papiro dagli egiziani.
L'
unica fonte accreditata di notizie pervenutaci sulla lavorazione del
papiro per ottenere la carta nel modo antico, è quella descritta
da Plinio nel XIII libro di Naturalis Historia che l' ha conosciuta
direttamente. Il taglio delle strisce era fatto con uno strumento chiamato
" acu" , che altro non poteva essere che una lama.
L' acqua del Nilo serviva alla tavola con lo scopo di non far evaporare
e permettere di sfruttare l' umore cellulare posseduto naturalmente
dal tessuto parenchimatoso, necessario per l' auto-incollaggio delle
strisce.
Il
foglio, " plagula" , era così confezionato:
scelta la parte più morbida del fusto, verso la radice, per quel
tanto d' altezza che consentisse con l' umore proprio l' adesione delle
strisce, se ne toglieva la scorza esterna e s' iniziava il taglio delle
strisce dette " schide" o " schede" e formavano
le " philirae" o " scissure" . Le
strisce di numero venti, all' incirca, erano disposte prima nel senso
verticale, da sinistra a destra, avendo cura di sovrapporre un piccolo
lembo della seconda striscia sulla precedente e così di seguito
sino a conseguimento della larghezza desiderata. Il secondo strato disposto
ortogonalmente al primo, era iniziato da sopra a sotto con lo stesso
sistema di sovrapposizione di lembo sulla striscia precedente. In tal
maniera era composto un graticciato o " crates" che
si sottoponeva alla pressione di uno strumento rotante (cilindro
di legno, di pietra). Questa operazione doveva essere fatta fra strati
di materiale assorbente che erano cambiati finché il crates
non fosse scaricato dell' umore delle schede. L' operazione
d' incollaggio, per mezzo di questo strumento rotante, avveniva facendolo
scorrere nella direzione della sovrapposizione delle strisce orizzontali
e poi nel senso verticale per far sì che le strisce aderendo
tra loro scaricavano gradualmente l' umidità. Finita quest' operazione
molto delicata, il foglio veniva tolto dallo strumento rotante ed essiccato
all' aria. Per rendere liscio il foglio veniva usato un dente d' elefante,
che oltre a levigarlo lo lucidava. Il foglio così ottenuto era
chiamato " plagula" . Per confezionare il "
biblos" , le " plagulae" erano ridotte alla stessa
altezza e larghezza ed erano unite per mezzo di una pasta di farina
ed aceto cotta nell' acqua, oppure con mollica di pane.
Questa
tecnica sembra andare in errore con la testimonianza di un gran foglio
papiro, che la sezione egiziana del Museo Britannico ebbe in dono. Questo
documento è una copia del " Libro dei Morti" per la
figlia della regina Nesi Khensu. Esaminando questo importante papiro,
si è rivelato che la fabbricazione non corrisponde affatto alla
descrizione di Plinio, non essendo composto col taglio della pianta
in fogli e con l' incrociamento di questi, ma con sostanza omogenea
tratta dalla pianta per merito della macerazione dei cenci. In ogni
modo da accertamenti fatti direttamente presso il British Museum, pare
che la notizia sia del tutto infondata.
La tecnica usata oggi
dai siracusani è la medesima di quella descritta dallo storico
Plinio, della " plagula" , benché i botanici distinguano
la specie di papiro siciliana da quell' originaria egiziana.
Con
i fogli della carta-papiro furono confezionati in età romana,
dal III sec. d. C. in poi, dei quaderni cuciti (quaterniones),
che costituirono il libro di papiro, il " Liber" ; mentre
i fogli uniti in una lunga striscia formavano il " volumen"
che veniva arrotolato su due bastoncini d' osso o di legno pregiato;
lo scritto veniva eseguito in colonne (" còllema"
o " selìs" ) sul recto, vale a dire da quella parte
dove le fibre delle strisce correvano orizzontali in maniera che il
mezzo scrivente " càlamus" potesse scorrere
agevolmente. In tempi di penuria della carta-papiro si usò scrivere
anche sul rovescio " aversa charta" e in tal caso,
essendo il " biblos" scritto dalle due parti fu detto "
opisthographo" .
Gli
orli del rotolo di papiro, in alto e in basso; erano detti " frontes"
ed essendo liberi e di varia altezza, venivano pareggiati, o rasati,
adoperando la pomice. Il pregio e l' eleganza, sia del libro che del
volume, erano dati da quanto detto e anche dalle colorazioni vivaci
degli orli. Sull' orlo superiore veniva incollata un' etichetta di papiro
o di pergamena con il titolo del libro " titulus" .
La
carta-papiro, sia in fogli che in rotoli, correva vari pericoli e tra
i maggiori l' umidità e i tarli.
Se
lasciata all' umidità ammuffiva, lo scritto sbiadiva, il rotolo
si avvolgeva male perché si deformava; i tarli l' attaccavano
facilmente perciò si ricorse a spalmarla con olio di cedro che
però l' ingialliva e la rendeva lucida, conservandola anche dall'
umidità.
Cenni
sulla storia del papiro in Sicilia
Diversi
Autori, senza averne una precisa documentazione, basandosi su congetture
e vaghe notizie sulla presenza della pianta del papiro in Sicilia, scrissero
che fu importata dagli Arabi. Ma venendo alla testimonianza di San Gregorio
Magno (Roma 540-604) scrisse di una " massa papiriensis"
esistente in Palermo che fece supporre che la materia cartacea fosse
stata manipolata dalla pianta del papiro siracusano o palermitano. Altra
notizia importante è quella nel volume " Archimede e il
suo tempo" , di P. Midolo, dov' è scritto: " Il papiro
fu importato a Siracusa da famiglie egiziane, ricche, abitanti nelle
città di Migdol sita presso il lago Pelusio, che temendo l' invasione
turca emigrarono e pervennero in Siracusa, importando la pianta del
papiro e la canna da zucchero, che seminarono nei terreni da loro acquistati,
cioè sulle rive dell' Anapo e della fonte Ciane, a Tremilia ed
a Lumidoro, che quei di Melilli chiamavano Midolo." Queste piante
prosperarono fino ad alimentare tanto l' industria della carta quanto
la fabbricazione dello zucchero. Ed è storico che sotto Carlo
V di Spagna la canna da zucchero, spedita da Siracusa, fu trapiantata
nei possedimenti spagnoli d' America.
Cosa
certa che il Cyperus papyrus, esistente oggi a Siracusa, nonché
quello esistito in tutta la Sicilia, come si è visto, fa parte
di un gruppo di specie simili variamente classificate dai botanici,
ma è considerato specie distinta. Circa il problema dell' origine
e della specie dobbiamo ritenere che il problema sia ancora aperto.
Chiunque
percorrendo il fiume Ciane parla e s' interessa del papiro e della favola
della fonte Ciane, soggiogato dalla bellezza del luogo, dal
panorama insospettato, dall' acqua limpida e fluente, s' immerge nel
mondo della favola e vede la Ninfa Ciane tra i gorghi e le anse.
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