La pianta del papiro e la produzione della carta a Siracusa. Stampa

Questa elegantissima e strana pianta appartiene alla numerosissima famiglia delle Ciperacee, divise in altrettante sottofamiglie. La pianta del papiro appartiene al genere delle Cyperus, che sono piante annue o perenni, generalmente erbacee, per lo più acquatiche, ma con fusti solidi con altezza variabile dai due ai quattro metri, con rizoma ingrossato, strisciante, affondato nel terreno umido, e la parte inferiore del fusto generalmente sommersa. Il fusto è eretto e di sezione triangolare, ma alla base è circondato da numerose guaine fogliari simili a quelle delle graminacee. In cima al fusto si ha la caratteristica ombrella dell' infiorescenza formata da numerosissimi rami filiformi, lunghi mezzo metro e avviluppati alla base da una guaina aderente, mentre all' estremità dei rami si trova una spighetta di fiori.


Che in Sicilia il papiro fosse una pianta autoctona, non è stato ancora dimostrato. La somiglianza botanica della pianta con quella palestinese non conferma la sua provenienza in Sicilia da quei luoghi.

Il papiro, che divenne famoso per lo sviluppo e la diffusione della cultura attraverso la manipolazione cartacea, ebbe per gli antichi, che ne possedevano la pianta, diverse qualità mediche. Oltre ad essere l' alimento degli Egiziani che lo mangiavano crudo, lesso e arrosto, lo utilizzavano per letti, vele di barche, e aveva anche un uso medicamentoso. Ma cosa ben più importante, servì per creare fogli per scrivervi sopra. I primi usi da carta si ebbero per accompagnare il culto dei morti, infatti, si diffuse l' uso di deporre nei sarcofagi un rotolo di papiro, detto il " Libro dei Morti" , che raffigurava in sequenza il passaggio dell' anima del defunto per l' aldilà. Inoltre le piantagioni del papiro in Egitto erano disciplinate da leggi speciali e affidate con particolari contratti ai cittadini che assumevano gli appalti. Chi commetteva delle infrazioni cadeva in rigorosissime sanzioni pubbliche davanti ai Magistrati e ai Sacerdoti.

Col nome di " Biblos" nell' antico Egitto si chiamava non solo il libro,ma anche la pianta del papiro non ancora sottoposta alla lavorazione. Oggi il termine italiano " papiro" indica la pianta dalla quale si ottiene la carta papiro e il documento scritto sulla carta stessa.

Il maggior sviluppo di questa carta-papiro avvenne nel periodo greco-romano che diede alla letteratura la possibilità di far giungere sino a noi i capolavori immortali di poeti, letterati, filosofi, legislatori. Tra le opere letterarie pervenuteci sono da ricordare: le " Orazioni" d' Iperide, le " Odi" di Bacchilide, i " Persiani" di Timoteo, la " Costituzione d' Atene" d' Aristotile ed altre.

Altri testi e documenti scritti su papiro di pregevole valore, oltre a quelli egiziani orientali, sono i papiri di Ercolano, di Ravenna e d' Ossirinco.

L' importazione a Roma della carta-papiro coincideva con le prime manifestazioni letterarie e giungeva in rotoli detti <volumen> o <biblos> di varia lunghezza, dai 20 ai 40 metri, alti da 35 a 40 centimetri, dentro fusti di legno. La vendita della carta avveniva presso rivenditori specializzati chiamati " chartaii" che la rivendevano a prezzo diverso in conformità a qualità ed uso.

Com' era ottenuta la carta-papiro dagli egiziani.

L' unica fonte accreditata di notizie pervenutaci sulla lavorazione del papiro per ottenere la carta nel modo antico, è quella descritta da Plinio nel XIII libro di Naturalis Historia che l' ha conosciuta direttamente. Il taglio delle strisce era fatto con uno strumento chiamato " acu" , che altro non poteva essere che una lama. L' acqua del Nilo serviva alla tavola con lo scopo di non far evaporare e permettere di sfruttare l' umore cellulare posseduto naturalmente dal tessuto parenchimatoso, necessario per l' auto-incollaggio delle strisce.

Il foglio, " plagula" , era così confezionato: scelta la parte più morbida del fusto, verso la radice, per quel tanto d' altezza che consentisse con l' umore proprio l' adesione delle strisce, se ne toglieva la scorza esterna e s' iniziava il taglio delle strisce dette " schide" o " schede"e formavano le " philirae" o " scissure" . Le strisce di numero venti, all' incirca, erano disposte prima nel senso verticale, da sinistra a destra, avendo cura di sovrapporre un piccolo lembo della seconda striscia sulla precedente e così di seguito sino a conseguimento della larghezza desiderata. Il secondo strato disposto ortogonalmente al primo, era iniziato da sopra a sotto con lo stesso sistema di sovrapposizione di lembo sulla striscia precedente. In tal maniera era composto un graticciato o " crates" che si sottoponeva alla pressione di uno strumento rotante (cilindro di legno, di pietra). Questa operazione doveva essere fatta fra strati di materiale assorbente che erano cambiati finché il crates non fosse scaricato dell' umore delleschede. L' operazione d' incollaggio, per mezzo di questo strumento rotante, avveniva facendolo scorrere nella direzione della sovrapposizione delle strisce orizzontali e poi nel senso verticale per far sì che le strisce aderendo tra loro scaricavano gradualmente l' umidità. Finita quest' operazione molto delicata, il foglio veniva tolto dallo strumento rotante ed essiccato all' aria. Per rendere liscio il foglio veniva usato un dente d' elefante, che oltre a levigarlo lo lucidava. Il foglio così ottenuto era chiamato " plagula" . Per confezionare il " biblos" , le " plagulae" erano ridotte alla stessa altezza e larghezza ed erano unite per mezzo di una pasta di farina ed aceto cotta nell' acqua, oppure con mollica di pane.

Questa tecnica sembra andare in errore con la testimonianza di un gran foglio papiro, che la sezione egiziana del Museo Britannico ebbe in dono. Questo documento è una copia del " Libro dei Morti" per la figlia della regina Nesi Khensu. Esaminando questo importante papiro, si è rivelato che la fabbricazione non corrisponde affatto alla descrizione di Plinio, non essendo composto col taglio della pianta in fogli e con l' incrociamento di questi, ma con sostanza omogenea tratta dalla pianta per merito della macerazione dei cenci. In ogni modo da accertamenti fatti direttamente presso il British Museum, pare che la notizia sia del tutto infondata.


La tecnica usata oggi dai siracusani è la medesima di quella descritta dallo storico Plinio, della " plagula" , benché i botanici distinguano la specie di papiro siciliana da quell' originaria egiziana.

Con i fogli della carta-papiro furono confezionati in età romana, dal III sec. d. C. in poi, dei quaderni cuciti (quaterniones), che costituirono il libro di papiro, il " Liber" ; mentre i fogli uniti in una lunga striscia formavano il " volumen" che veniva arrotolato su due bastoncini d' osso o di legno pregiato; lo scritto veniva eseguito in colonne (" còllema" o " selìs" ) sul recto, vale a dire da quella parte dove le fibre delle strisce correvano orizzontali in maniera che il mezzo scrivente "càlamus" potesse scorrere agevolmente. In tempi di penuria della carta-papiro si usò scrivere anche sul rovescio " aversa charta" e in tal caso, essendo il " biblos" scritto dalle due parti fu detto "opisthographo" .

Gli orli del rotolo di papiro, in alto e in basso; erano detti " frontes" ed essendo liberi e di varia altezza, venivano pareggiati, o rasati, adoperando la pomice. Il pregio e l' eleganza, sia del libro che del volume, erano dati da quanto detto e anche dalle colorazioni vivaci degli orli. Sull' orlo superiore veniva incollata un' etichetta di papiro o di pergamena con il titolo del libro " titulus" .

La carta-papiro, sia in fogli che in rotoli, correva vari pericoli e tra i maggiori l' umidità e i tarli.

Se lasciata all' umidità ammuffiva, lo scritto sbiadiva, il rotolo si avvolgeva male perché si deformava; i tarli l' attaccavano facilmente perciò si ricorse a spalmarla con olio di cedro che però l' ingialliva e la rendeva lucida, conservandola anche dall' umidità.

Cenni sulla storia del papiro in Sicilia

Diversi Autori, senza averne una precisa documentazione, basandosi su congetture e vaghe notizie sulla presenza della pianta del papiro in Sicilia, scrissero che fu importata dagli Arabi. Ma venendo alla testimonianza di San Gregorio Magno (Roma 540-604) scrisse di una "massa papiriensis" esistente in Palermo che fece supporre che la materia cartacea fosse stata manipolata dalla pianta del papiro siracusano o palermitano. Altra notizia importante è quella nel volume " Archimede e il suo tempo" , di P. Midolo, dov' è scritto: " Il papiro fu importato a Siracusa da famiglie egiziane, ricche, abitanti nelle città di Migdol sita presso il lago Pelusio, che temendo l' invasione turca emigrarono e pervennero in Siracusa, importando la pianta del papiro e la canna da zucchero, che seminarono nei terreni da loro acquistati, cioè sulle rive dell' Anapo e della fonte Ciane, a Tremilia ed a Lumidoro, che quei di Melilli chiamavano Midolo." Queste piante prosperarono fino ad alimentare tanto l' industria della carta quanto la fabbricazione dello zucchero. Ed è storico che sotto Carlo V di Spagna la canna da zucchero, spedita da Siracusa, fu trapiantata nei possedimenti spagnoli d' America.

Cosa certa che il Cyperus papyrus, esistente oggi a Siracusa, nonché quello esistito in tutta la Sicilia, come si è visto, fa parte di un gruppo di specie simili variamente classificate dai botanici, ma è considerato specie distinta. Circa il problema dell' origine e della specie dobbiamo ritenere che il problema sia ancora aperto.

Chiunque percorrendo il fiume Ciane parla e s' interessa del papiro e della favola della fonte Ciane, soggiogato dalla bellezza del luogo, dal panorama insospettato, dall' acqua limpida e fluente, s' immerge nel mondo della favola e vede la Ninfa Ciane tra i gorghi e le anse.